IL MIO VIAGGIO IN ISLANDA - EPISODIO 7 - ROTOLANDO VERSO SUD

9 Agosto 2018


Quel mattino il cielo era di un azzurro bellissimo ad Hella.

Il programma del giorno prevedeva di attraversare con calma a bordo della nostra pandarella la costa sud dell'Islanda, fermandoci ad ammirare due delle cascate più belle dell'isola, Seljalandsfoss (punto B nella foto seguente) e Skògafoss (C), e arrampicarci sul promontorio di Dyrhólaey (D) con la speranza di avvistare i famosi puffins, le pulcinelle di mare, quei simpatici uccelli col becco e le zampe rosso-arancione.

Successivamente avremmo raggiunto la spiaggia nera di Vík (E), per ammirare i suoi colori e i suoi stupendi faraglioni, e in serata l'affascinante canyon Fjadràrgljùfur (F), terminando la nostra tappa nel campeggio Svínafell (G), nel parco Nazionale di Skaftafell, ai piedi del ghiacciaio Skaftafellsjökull, dove avremmo trascorso la notte.

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Tutto davvero bellissimo ed emozionante come sempre, se non fosse che il giorno prima avevamo avuto un grosso inconveniente, ovvero la perdita del cellulare di Manuela. Unica macchia di una giornata che per il resto fu meravigliosa, trascorsa nell’incredibile regione di Landmannalaugar (leggi l’episodio precedente qui).

Prima di rimetterci in cammino quindi ci recammo in quella che all’apparenza sembrava una delle tante casette islandesi dal tetto colorato, ma che in realtà era la piccolissima centrale di polizia di Hella.

Suonammo al campanello e ci accolse un ragazzone biondo, sarà stato alto almeno un metro e novanta e non avrà avuto più di 25 anni, sorridente e dall’aria rilassata. Tutto faceva pensare tranne che fosse in servizio. 

Nell’edificio c’erano solo lui e un suo collega, un signore sulla quarantina in divisa, che ci sorrise allo stesso modo. Raccontai con il mio semplice ma efficace inglese l’accaduto al ragazzo, che dopo poco ci fece accomodare nel suo ufficio. 

Ufficio si, se cosi si può definire : era a tutti gli effetti un salottino, con quadri appesi alle pareti e poltrone comodissime. Ci offri perfino del caffè. In un’atmosfera lavorativa completamente diversa rispetto a quella a cui siamo abituati in Italia o in altri stati europei. Davvero surreale.

Con tutta calma il poliziotto mi chiese di comunicargli il luogo dove presumibilmente avessimo perso il cellulare e tutta una serie di altre informazioni, quale fosse il modello del telefono, quando eravamo arrivati in Islanda, quale fosse il nostro programma nei prossimi giorni, e cosi via.

Tramite l’applicazione “mostra il tuo dispositivo” controllammo nuovamente la posizione del cellulare di Manu più volte mentre eravamo lì in polizia. E’ un’applicazione davvero ottima che permette, se attivata in precedenza sul dispositivo smarrito, di rintracciarlo a sua volta tramite un altro dispositivo, a patto che quello perso sia acceso e funzionante.

Il cellulare di Manu era nuovo, e questo rappresentava in un certo senso un vantaggio per noi perché la sua batteria durava molte ore, e fin quando era acceso potevamo sperare ancora di recuperarlo. Purtroppo però notammo che quella mattina la sua posizione cambiava continuamente, proprio a ridosso del Circolo d’Oro. Evidentemente il "possessore" si stava spostando velocemente in quella zona, probabilmente a bordo di un mezzo. Forse era un turista come noi.

Difficile quindi localizzarlo con precisione.

In ogni caso continuavamo a chiederci : se era stato rubato, perché il ladro continuava a tenere acceso il telefono di Manu come se niente fosse? E se invece la persona volesse restituircelo, perché non rispondeva alle mie chiamate?

Il ragazzo-poliziotto ci compilò un verbale di furto e smarrimento e informò la polizia di Reykjavik dell’accaduto, promettendo che mi avrebbe contattato qualora ci fossero state novità a riguardo, ma non potè fare molto altro.

Manu era un po’ spenta, ma avevamo fatto quello che potevamo, e da lì in avanti cercammo di parlarne il meno possibile, onde evitare di guastare il clima di entusiasmo che ci aveva avvolto fino ad allora.

In tutto questo ci eravamo quasi dimenticati della targa barcollante della nostra pandarella, che solo due giorni prima ci aveva fatto palpitare, proprio all'inizio del nostro viaggio. La controllavo ogni mattina, e sembrava ancora reggere decentemente, dopo l’intervento provvidenziale di un gentilissimo commerciante islandese a Reykjavik (leggi l’episodio su Reykjavik qui).

“Guido io, così mi distraggo e tu fai un po’ di video, oggi c’è una luce fantastica!” fece Manu, chiudendo così ogni discorso sull’accaduto.

La strada era molto bella in quella zona. Ampia, con il mare sulla destra, lunghe distese di prati verdi e le montagne sullo sfondo. Il Sole era sempre più alto e caldo sopra di noi.

Arrivammo a Seljanlandsfoss intorno alle dieci e mezza del mattino, e c’erano 18 gradi. Uno spettacolo!

La quantità di turisti era discreta ma non eccessiva. Il parcheggio attiguo alla cascata è a pagamento, o per lo meno in estate quando andammo noi. Tuttavia fummo decisamente fortunati perché un ragazzo, in procinto di andare via a bordo di un furgoncino, ci regalò spontaneamente il suo ticket già pagato. Un piccolo gesto ma decisamente carino, tanto che lo ripetemmo noi stessi quando ce ne andammo, regalando il biglietto ad una famiglia.

La cascata non è una di quelle che ti rimane impressa subito. Non è così imponente come Gullfoss o altre che ci attendevano nei giorni seguenti, ma è molto alta e, cosa ancora più interessante, vi è un sentiero che si inerpica ai suoi lati e che permette di passare dietro la cascata stessa e di ammirare tutta la sua bellezza nascosta.

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Munitevi di un ottimo impermeabile quando vi recate in questo sentiero, altrimenti il bagno è assicurato! Ma ne vale decisamente la pena!

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Foto, video, e tanta aria fresca. Dopo aver percorso tutto il sentiero, ci sedemmo su un prato di fronte per ammirare ancora una volta la cascata. L’ennesima vista spettacolare, contornata da un cielo azzurro pazzesco.

Intorno a mezzogiorno ci spostammo presso l’altra incredibile cascata del Sud dell’Islanda, Skògafoss .

Dista dalla prima una trentina di chilometri, per cui ci impiegammo davvero poco per raggiungerla.

Durante la giornata incrociammo tantissimi ciclisti. Persone di ogni età in sella ad una bici, intenti a percorrere chilometri e chilometri come noi, ma su due ruote.
E tanti viaggiatori in autostop.

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Mi stupì soprattutto incontrare lungo in cammino tante donne, spesso sole, con lo zaino in spalla e il pollice in su, in particolare lungo il tratto di ring road meridionale.

Scene davvero inusuali al giorno d’oggi per noi. Sembrava di essere stati catapultati negli anni Settanta, dove la pratica dei viaggi in autostop era assai più comune anche nel resto d’Europa, o di essere diventati i protagonisti di un libro di Kerouac.

Immersi in un paesaggio bucolico, con tante pecore al pascolo, cavalli dalle lunghe criniere in libertà, ampie distese di prati verdi, intervallate ogni tanto da qualche fattoria o da qualche piccolo agglomerato di casette colorate. E sullo sfondo il profilo delle montagne e dei ghiacciai dalle mille sfumature di bianco, azzurro e grigio, sempre più vicini a noi.

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La cascata di Skògafoss è più grande e alta della precedente, e ti appare da lontano già diversi chilometri prima di raggiungerla, mentre stai guidando sulla ring road. 

E’ davvero emozionante.

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Quella mattina si era formato un grande e nitido arcobaleno proprio a ridosso del getto d’acqua, fenomeno abbastanza comune in questi luoghi durante giornate cosi luminose come quella che stavamo vivendo.

Sembrava davvero uno scenario da favola, con questo arco tutto colorato che si confondeva con il bianco dell’acqua tumultuosa e chiassosa.

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A pochi metri dalla cascata molte persone avevano piantato le proprie tende all’interno di un’area attrezzata.

“Che figata dormire li e svegliarsi all’alba con una vista del genere” pensai. 

E ancor prima ammirare i colori del tramonto, e aspettare che cali lentamente la notte prima di addormentarsi di fronte a questo scenaio mozzafiato.

Ci sedemmo su una panchina, felici ad ammirare lo spettacolo.

Ero felice. Così felice, che istintivamente mi alzai e, senza dir nulla, mi diressi verso la macchina per andare a prendere una cosa. L’oggetto delle grandi occasioni.

La nostra mitica bottiglia di limoncello! 

Non so dirvi perché lì e non in altri luoghi visti fino ad allora. Certi momenti topici non sono legati a luoghi precisi, e arrivano in maniera del tutto spontanea e senza preavviso.

E quindi non so dirvi il motivo, ma Skògafoss era il momento e il luogo giusto.

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Pranzammo e alla fine ci bevemmo un biccherino della nostra bevanda gialla preferita. Piccolino eh, giusto un sorso, dovevamo guidare!

Oggettivamente non era granchè, e non poteva essere altrimenti, trattandosi di un nostro acquisto all’interno del negozio duty free in aeroporto! (leggi l’articolo relativo qui).

Ma fu un bellissimo momento che ricordo con piacere.

Non potevamo però indugiare più di tanto.

Quel giorno ci attendevano ancora tanta strada da percorrere e tante altre emozioni, per cui ci rimettemmo in cammino intorno alle due e mezza, diretti verso il promontorio di Dyrhólaey e la spiaggia nera di Vík .

Altri due luoghi incredibili.

Lungo il tragitto che va verso il Dyrhólaey si incontra un’altra ormai celeberrima attrazione : il relitto di un aereo della marina militare statunitense, che precipitò negli anni Settanta. 

L’incidente fortunatamente non procurò vittime, ma la carcassa dell’aereo giace da allora abbandonata presso la spiaggia di lheimesandur.

L’aereo ormai è diventato un’attrazione turistica molto famosa in Islanda, e sono sicuro che molti di voi avranno già visto immagini su internet riguardanti il veivolo, così come gli innumerevoli selfies di migliaia di turisti insieme al relitto, sopra, dentro, intorno…insomma è diventato uno dei luoghi più fotografati d’Islanda.

Sarà anche suggestivo, così disperso e abbandonato nel profondo sud dell’isola, ma onestamente non mi attirava proprio.

Tanto per cominciare non è proprio cosi facile da raggiungere. Bisogna abbandonare la ring road e fare un bel pezzo di strada a piedi, circa un’oretta se lo si trova subito, considerando che è davvero nel nulla. Non è facile quindi da individuare, sebbene ormai sono davvero tante le persone che ogni giorno, specie in estate, si avventurano per scovarlo, e si rischia davvero di perdere una mezza giornata tra l’andata e il ritorno senza neanche rendersene conto. Il tutto per qualche selfie in più da pubblicare sui social con un aereo mezzo distrutto, in un luogo ormai sempre più affollato e privo di alcun pathos.

Onestamente ho preferito di gran lunga impiegare quel pomeriggio per altro a mio avviso molto più spettacolare e interessante.

Erano giorni che aspettavo di ammirare le famose spiagge nere intorno alla località di Vík, e sognavo enormemente di riuscire a incontrare qualche puffins. Questi bellissimi uccelli sono di solito parecchio sfuggenti, ma in estate è più facile vederli, perchè nidificano lungo le scogliere.  

E difatti, un luogo dove solitamente vengono avvistati è appunto il promontorio di Dyrhólaey, la nostra prossima tappa. E’ caratterizzato da ripide scogliere, saranno alte un centinaio di metri, e da alcuni faraglioni distribuiti qua e là lungo la costa. Enormi speroni grigi e neri davvero suggestivi. Vi è poi infine un faro proprio nel punto più alto che domina tutto il promontorio.

Arrivati al bivio per salire fin su però, notammo subito per nostro dispiacere che la strada che portava al faro, luogo da cui si ha la più ampia visuale e un panorama pazzesco, presentava un chiaro e grande cartello di pericolo di transito per i veicoli non 4x4.

Delusione enorme! In effetti la strada era piuttosto in salita e non asfaltata. Non era chiaro se fosse un divieto o solo un segnale di pericolo, fatto sta che notammo che altre utilitarie simili alla nostra deviavano su di una strada asfaltata e più accessibile, che conduceva in un altro punto del promontorio, più in basso e più a est del faro, da dove era possibile ammirare l’ampia e enorme spiaggia nera di Vík, la famosa Reynisfjara Beach.

Rimasi un po’ deluso e tutt’ora ho il rimpianto di non aver raggiunto il punto più alto, da dove si ha una vista incredibile. Se capitate da quelle parti, non fate come me, e provate a salire fin lassù.

Ammetto che noi, dopo i vari imprevisti degli ultimi giorni, non ce la sentimmo di rischiare, e probabilmente peccammo di inesperienza.

Quindi, ahimè niente faro. 

Tuttavia, l’altro punto panoramico che raggiungemmo era ugualmente notevole, impreziosito da un cielo sempre più azzurro e sereno; non una nuvola vi era in quel momento. 

Pposteggiata la macchina in un comodo parcheggio alla fine della strada, ci spingemmo molto vicini al burrone e, dopo neanche qualche minuto, vidi in lontananza nel mare due macchioline nere che si muovevano, e che entravano e uscivano dall’acqua. Non impiegai molto a comprendere che quelle due macchioline erano due foche!

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Fu una bellissima emozione. Provai a fare qualche foto e qualche video, ma non possedendo un obiettivo con zoom adeguato il risultato non fu dei migliori. Ma fu bellissimo lo stesso.

E mentre ero immerso nell’ammirare l’immensa spiaggia nera sotto di noi, vidi svolazzare due puffins! E poi eccone un altro, scappare da un faraglione ad un altro, e perdersi nella scogliera. Erano parecchio distanti da noi e così piccoli, ma le loro sfumature rosso e arancione erano evidenti e inconfondibili.

Anche in quei momenti mi pentii enormemente di non aver acquistato prima di partire un obiettivo adatto per la mia reflex, e al tempo stesso di non avere un binocolo con me. Ma li avevamo visti, e come loro ne spuntarono anche altri nei minuti a seguire. Fu meraviglioso.

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Ci spostammo verso Vik, nella famosa spiaggia nera Reynisfjara. Ed è davvero nera, così nera da sembrare asfalto fresco, di evidente origine vulcanica. Del resto l’Islanda è chiamata la terra dei ghiacci ma anche del fuoco, e l’attività dei suoi vulcani è sempre stata protagonista indiscussa, anche recentemente nel 2010, quando il vulcano Eyjafjöll eruttò e creò una nube di fumo talmente grande e intensa da mandare in tilt l’intero traffico aereo europeo.

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Anche qui due stupendi faraglioni spiccano sulla costa, alti e sinuosi, mentre lungo la riva la nostra l’attenzione si concentrò soprattutto sulle affascinanti colonne basaltiche che ricoprono parte della scogliera. 

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Anch’esse di origine vulcanica, si formano in seguito al brusco raffreddamento delle colate di lava. Sono davvero particolari e enormi, e ci divertimmo ad arrampicarci tra gli speroni.

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Erano circa le 18 ed il sole era ancora ben alto e luminoso, scattai molte foto ai faraglioni, e chiacchierammo con un gruppo di ragazzi italiani conosciuti lì in spiaggia. Ci raccontarono che erano al termine del loro viaggio, dopo aver percorso la ring road in senso contrario al nostro, e ci dissero che purtroppo per loro quella era la prima giornata veramente serena, dopo interi giorni di pioggia e vento al nord.

La notizia ci sorprese ma in parte ci rincuorò; fino a quel giorno avevamo davvero avuto fortuna con il clima. Non voglio esagerare, ma lì in quel momento ci saranno stati 18 gradi e si stava davvero bene. Insomma, tutto poteva sembrare tranne di essere "ad un passo" dal Circolo Polare Artico. Fantastico!

La giornata però non era ancora finita, e ci attendeva  un’altra ennesima meraviglia di questa isola fantastica : il canyon Fjadràrgljùfur.

Altro luogo decisamente impronunciabile, ma vale davvero una visita, credetemi.

Dista circa 50 km dalla spiaggia nera, e si raggiunge dopo una piccola deviazione dalla ring road, percorrendo una piccola strada secondaria ma ben fatta e asfaltata.

Dal parcheggio parte un piccolo sentiero molto facile, una semplice passeggiata di 20-30 minuti prima di arrivare al canyon.

Erano circa le 19 quando arrivammo; e il canyon è davvero bellissimo. 

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E’ lungo ”solamente” un paio di chilometri e alto un centinaio di metri, con un piccolo torrente che lo attraversa e scorre verso il mare. 

A mio parere racchiude al suo interno tutta la bellezza selvaggia e incontaminata dell’Islanda.

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Lo scenario che ci trovammo di fronte era semplicemente incantevole, il cielo iniziava lentamente a colorarsi di arancione e di tutte le varie sfumature tipiche del tramonto, e sopratutto eravamo soli. Noi due e altri tre ragazzi cinesi, stop.

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Ecco, un altro momento e un altro luogo magico che non dimenticherò facilmente.

La nostra giornata stava giungendo a termine. 

Una giornata ricca di bellezze naturali incredibili, che avevano decisamente offuscato i piccoli imprevisti avuti nei giorni scorsi, e sopratutto mi avevano talmente coinvolto da farmi dimenticare completamente una cosa importantissima. 

Come da accordi precedenti, dovevo contattare in giornata la reception del campeggio Svínafell, dove avremmo pernottato quella notte, per confermare la nostra prenotazione.

Un campeggio nel cuore del Parco Nazionale di Skaftafell, ai piedi del magnifico ghiacciaio Skaftafellsjökull e a pochi chilometri dalla cascata di Svartifoss, luoghi che avremmo esplorato il giorno seguente.

Vi chiederete perché la scelta di questa tipologia di alloggio per questa notte. Il motivo è molto semplice : nella zona non avevamo trovato nient’altro di economico e accessibile per le nostre tasche. 

Da qui in poi, spostandosi sempre di più verso est, si percorre un territorio estremamente desolato dell’isola, con pochissimi centri abitati, e quelle poche strutture alberghiere esistenti o le poche camere airbnb disponibili sono davvero davvero care.

Dopo giorni di ricerca senza trovare una soluzione accettabile (la camera più economica che avevamo trovato costava 120 euro a persona, anche no grazie!), iniziammo a valutare la possibilità di pernottare in un campeggio, magari noleggiando una tenda per una notte. Sia io che Manu ci adattiamo un po’ a tutto, e una sola notte in tenda non sarebbe stata troppo impegnativa.

Iniziai quindi a cercare campeggi nella zona, ma risultò più complicato del previsto, sopratutto dopo che mi resi conto che nessuno di questi metteva a disposizione il noleggio di tende per una notte. In poche parole dovevamo portarcela noi, o direttamente dall’Italia o noleggiata a Reykjavik. L’unica altra alternativa erano dei bungalows. Una sorta di baite o piccole camere private, con bagni e cucine in comune per tutti i campeggiatori, provvisti di  letto e materasso ma senza lenzuola e coperte, non chiedetemi il perchè.

Dopo aver valutato attentamente tutte le varie alternative, la scelta ricadde proprio su quest’ultima, alla cifra di 40 euro notte a persona, e per ovviare alla mancanza di coperte ci portammo dall’Italia due comodi e pratici sacchi a pelo.

Sicuramente una soluzione più cara della notte in tenda. Tuttavia, considerando che avremmo dovuto pagare il noleggio (tutt’altro che economico) di quest’ultima per tutta la durata del viaggio e utilizzarla solamente per un pernottamento, la differenza di prezzo tra le due pzioni era davvero minima. Quindi scegliemmo il bungalow.

Il campeggio di Svinafell fu l’unico che a Gennaio rispose alla mia mail di richiesta in maniera convincente, ma oltre a questa mail di conferma e un numero di telefono non avevano nient’altro.

Ci fu chiesto confermare il giorno stesso del nostro arrivo, e cosi feci, sebbene, mi ricordai di farlo solo intorno alle 20 mentre ero immerso nell’ammirare il canyon Fjadràrgljùfur. Nessuno mi rispose, e la cosa ci preoccupò molto, per cui ci affrettammo a recuperare la macchina e ripartimmo diretti al campeggio.

Arrivammo dopo circa un’ora intorno alle 21.30-22. Il Sole era tramontato ma c’era ancora tanta luce, nonostante l’orario; ormai ci stavamo abituando a questi scenari, e non ci facevamo quasi più caso. O forse semplicemente perchè eravamo ansiosi di capire come e dove avremmo trascorso la notte.

Le nostre preoccupazioni furono spazzate via in un baleno non appena mettemmo piede nel campeggio. E’ davvero bello e ben organizzato, molto grande, con tanto spazio per tende e camper, e con piccole baite che circondano un grande capannone, dove sono presenti una cucina e i servizi igienici.

Tuttavia, non so dirvi come fossero questi spazi comuni al loro interno, perchè, a sorpresa, la nostra camera si trovava in un’ ala distaccata dell’edificio. Una sorta di grande container con all’interno tre camere private, un bagno e una cucina di nuova costruzione. Probabilmente, avendo confermato il pernottamento con largo anticipo (a fine Gennaio) ci avevano garantito in qualche modo la sistemazione migliore di tutto il campeggio. Una sorta di suite, insomma :D

E, cosa ancora più sorprendente, le altre due camere erano vuote.

In poche parole, avevamo un piccolo appartamentino con cucina e bagno tutto per noi. Altro che ansie e preoccupazioni, si rilevò uno dei pernottamenti più carini e comodi del nostro viaggio. 

E pazienza se dovevamo dormire con i nostri sacchi a pelo, alla fine fu divertente e i letti erano anche molto comodi. E fuori dalla casetta, la natura incontaminata che ci circondava.

Dopo una rigenerante doccia e un bel piatto di pasta, mi misi e riguardare le foto scattate durante la giornata, e a ripercorrere nella mia testa tutti i luoghi visitati fino ad allora. Sempre più consapevole che stavamo vivendo una esperienza davvero straordinaria, ad appena metà del nostro percorso. Chi ama viaggiare sà a quali sensazioni mi riferisco.

Nel frattempo si era fatta mezzanotte passata, ed era ora di andare a nanna.

Dovetti uscire dalla casetta, avevo dimenticato il mio sacco a pelo nel bagagliaio della macchina, e mi trovai di fronte un cielo ancora timidamente luminoso.

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Gli ultimi attimi di tramonto islandese, di quella immensa e meravigliosa giornata, che sembrava non voler terminare mai.



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