IL MIO VIAGGIO IN ISLANDA - EPISODIO 9 : SU AL NORD!


11 Agosto 2018.


Quel mattino la nebbia fitta della notte precedente era finalmente sparita.

Ci eravamo lasciati alla spalle una giornata davvero intensa e impegnativa. Sia per i tanti chilometri percorsi, sia per le innumerevoli emozioni che ci aveva regalato, dalla felicità nell'ammirare scenari mozzafiato alla paura di rimanere fermi, con la macchina a secco di benzina, dispersi nel nulla (se ti sei perso l’episodio precedente clicca qui).

Ma faceva già parte del passato, sebbene indelebile, ed eravamo già pronti a ripartire.

In effetti la Litlabjarg Guesthouse, ovvero la fattoria dove pernottammo quella notte, è davvero carina. Nel nulla più assoluto, ma se cercate proprio questo tipo di ambientazione beh, allora è un alloggio perfetto a mio avviso.

Al nostro risveglio trovammo due dei sei cavalli della fattoria beatamente sdraiati proprio di fronte la porta di ingresso della nostra casetta, ben visibili dalla finestra cucina. E sullo sfondo immense distese di prati verdi, invisibili la sera prima per la troppa nebbia. Un luogo in cui la quiete regnava sovrana a ogni ora del giorno.

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la vista dalla cucina della  Litlabjarg Guesthouse

Facemmo colazione con calma nella zona living dell’appartamento. Ormai il mio skyr fisso di prima mattina, lo yogurt tipico islandese, era diventato una sorta di ritual e non potevo più farne a meno. E poi un buon caffè, da bravi italiani, e toast con marmellata. Mentre per pranzo era già pronta l’insalata di riso cucinata la sera prima. Ormai eravamo super organizzati.

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il percorso di questa nuova giornata islandese,dalla Litlabjarg Guesthouse (A) fino ad Akureyri (E)

Dopo la colazione, salutammo la simpatica padrona di casa, e intorno alle 9.30 ci rimettemmo in cammino. E' vero, Più tardi del solito ma come ci disse proprio lei la sera prima “no check out time tomorrow, just relax”. Beh, non potemmo prendere alla lettera questa sua raccomandazione, ma diciamo che ci motivò a puntare la sveglia un’ora in avanti rispetto al solito.

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io e Manu durante una piccola sosta panoramica lungo la strada verso Dettifoss

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una insolita suggestiva installazione in un bellissimo punto panoramico lungo la ring road

La prima tappa di quella giornata era rappresentata da un altro grande simbolo dell’Islanda : la gigantesca cascata di Dettifoss, la più grande cascata d’Europa.

Vi ricordate tutte le altre splendide che avevamo incontrato i giorni prima? Ebbene, niente a che vedere con questa in quanto a dimensioni.

Dettifoss è davvero, davvero, davvero immensa.

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Più di Gullfoss e della stessa Skogafoss; ne ero consapevole, perché mi ero ovviamente documentato, ma credetemi averla di fronte fu quasi uno shock.

In realtà la cascata di Dettifoss non è l’unica presente nel grandioso canyon chiamato Jökulsárgljúfur.

Il fiume che lo attraversa, Jökulsá á Fjöllum, forma prima la cascata di Selfoss, poi Dettifoss appunto e infine Hafragilsfoss, prima di sfociare nella baia Öxarfjörður, nell'Islanda settentrionale (e vai!!! anche in questo articolo non ci siamo fatti mancare nomi impronunciabili!). 

Noi ci concentrammo per questione di tempo solo su Dettifoss.

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Due sono le strade per poterla raggiungere, a seconda se si proviene da ovest (strada n.862) o da est (strada n.864). Scorrono parallele, alla sinistra e alla destra del canyon, collegando così la ring road alla strada n. 85, la quale percorre tutta la costa nord-est dell’Islanda fino ad arrivare a Husavik, uno dei centri abitati più importanti del nord dell’isola.

La cascata di Dettifoss si trova proprio nel ben mezzo del canyon, più o meno equidistante dalla ring road e dalla n.85 (vedi punto B nella mappa).

Per quanto queste due strade possano sembrare all’apparenza analoghe, sono in realtà molto diverse. Innanzitutto per quanto riguarda il manto stradale : la n.862 è asfaltata e quindi più comoda da percorrere, mentre la n.864 invece è di terra e piena di buche.

Tuttavia, mentre la prima conduce su uno spiazzale da dove è possibile ammirare la spettacolare cascata dall’alto, il sentiero sterrato, sebbene più complicato da percorrere, permette di arrivare proprio a due passi dal punto in cui il fiume precipita, creando un salto di circa 50 metri. Non particolarmente alto quindi ma con una potenza e una portata d’acqua che non ha eguali in Europa.

Prima di partire non ci eravamo informati a sufficienza sulle caratteristiche delle due strade. Avevamo semplicemente letto in maniera superficiale che la cascata era tranquillamente raggiungibile dalla ring road, e quindi impostammo il navigatore su Dettifoss senza badare tanto al percorso.

Di conseguenza, provenendo da est, secondo voi quale strada ci indicò di default il navigatore? Ma ovviamente la n.862, di terra e piena di buche! E fu subito l’ennesimo rally!

“Ma non si era letto che era vicina alla ring road sta cascata?” chiesi a Manu, mentre avevamo già iniziato a ballare stile tagadà (quelli della mia generazione si ricorderanno senz’altro questa giostra leggendaria!), dopo aver abbandonato la ring road da neanche un chilometro.

“Ehm si…ma in effetti non è lontana…sono solo 20 chilometri…di crateri si, ma son solo 20 chilometri…” fece Manu un po’ divertita, un po’ effettivamente preoccupata.

Di fatto anche quella mattina provammo quindi una sensazione di smarrimento, non dico ai livelli del giorno prima, ma quasi (leggi qui quando perdemmo letteralmente). Con la differenza che questa volta però avevamo quantomeno il serbatoio pieno di benzina, decisamente rassicurante.

In ogni caso procedevamo sempre a 20-30 km all’ora al massimo, e impiegammo circa un’ora quindi per raggiungere la cascata. Solo una volta giunti a destinazione, vedemmo sulla riva opposta un grande affollamento di gente che assediava un punto panoramico da dove ammirare il fiume, e venimmo a conoscenza dell’esistenza dei due percorsi.

L’errore di superficialità si rivelò però decisivo, e in positivo. Lasciata la macchina nel solito parcheggio alla fine della strada, dopo circa venti minuti buoni di cammino ci ritrovammo a pochissimi metri dalla cascata, e con noi pochissime altre persone temerarie, alcune arrivate lì in maniera consapevole, altre capitate probabilmente per caso come noi senza saperlo.

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Sta di fatto che lo scenario in quel punto è incredibile, non avevo mai visto una cascata così grande e potente da cosi vicino.

Decidemmo che quello era il luogo e la vista ideali per il pranzo di quel giorno e, mentre Manu andò a recuperare il cibo in macchina, io mi piazzai con il mio cavalletto e mi misi a fare foto a ripetizione.

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Altra mattinata serena e con poche nuvole, e si stava benissimo. Ci saranno stati non meno di 16 gradi, ma sotto Sole i percepiti anche molti di più.

Una goduria.

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Sostammo un’ora buona, con il nostro pranzetto apparecchiato su una roccia a due passi bordi dal precipizio, e anche il cicchettino di limoncello non potè mancare (leggi qui come abbiamo fatto a procurarci del limoncello in Islanda). 

Ormai eravamo in giro a zonzo per l’Islanda da quasi una settimana, ma erano stati sei giorni cosi intensi che mi sembrava di essere sull’isola da molto più tempo; sempre più a mio agio.

In completa simbiosi con il luoghi, le luci, i colori, con sempre meno timori e preoccupazioni, e con una sensazione di libertà crescente giorno dopo giorno. 

Come si fa a non voler vivere esperienze del genere? Non lo capirò mai.

Dopo pranzo percorremmo il percorso a ritroso fatto all’andata, l’ormai mitica strada in terra n.862, per riimmetterci sulla ring road intorno alle due di pomeriggio.

La nostra tappa successiva fu il lago Myvatn.

E’ uno dei laghi più grandi e noti d’Islanda, circondato da maestose formazioni vulcaniche, grotte, fumarole, piccoli crateri, sorgenti di acqua calda, e il famoso vulcano Krafla.

Qui le possibilità sono tantissime. Si può davvero vagare in questo territorio vulcanico in lungo e in largo, tutto da esplorare, e meriterebbe davvero più di un giorno di sosta.

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Noi purtroppo avevamo solo qualche ora a nostra disposizione, giusto il tempo di ammirare il paesaggio durante il tragitto, e fermarci a fare delle foto al lago lungo la strada, in qualche spiazzale o punto panoramico.

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E questo perché avevamo deciso che quel pomeriggio lo avremmo trascorso all’insegna del puro relax. Dopo una settimana di tour e trekking ne sentivamo davvero il bisogno.

Decidemmo di recarci presso le Myvatn Nature Baths

Sono le terme più famose della regione, dove è possibile immergersi in due grandi piscine naturali di acqua calda, ricca di silice, e ammirare un panorama bellissimo sul lago Myvatn, comodamente in ammollo, magari sorseggiando una birretta.

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Lo so lo so, avremmo potuto fare innumerevoli altri giri, esperienze tra i crateri e altre escursioni mozzafiato. Ma credetemi che durante un tour in Islanda, qualche ora di relax in una pozza di acqua calda geotermale va fatta, ci ha rigenerati tantissimo e ve la consiglio fortemente.

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Inoltre le Myvatn Nature Baths a mio avviso rappresentano una validissima alternativa alla ben più nota, affollata e cara Blue Lagoon, che si trova non lontano dalla capitale Reyjkavik.

Pagammo 38 euro a testa come biglietto giornaliero, paragonabile a un biglietto di tante altre Spa in Italia, a differenza della Blue Lagoon, il cui ticket di ingresso costa circa il doppio ed è decisamente più affollata, specialmente in Agosto.

Ma la cosa davvero singolare fu che quel giorno la temperatura esterna dell’aria arrivò a sfiorare addirittura i 24 °C, il valore più alto raggiunto durante tutto il nostro viaggio.

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Per cui, intorno alle tre di pomeriggio, fu stranissimo uscire in costume dagli spogliatoi direttamente all’aperto e non avvertire minimamente freddo.

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Il famoso effetto benefico caldo-freddo, che solitamente si prova in questi contesti, quel pomeriggio fu non pervenuto, a differenza di quando ci immergemmo nel fiume di acqua calda qualche giorno prima a Landmannalaugar (leggi l’articolo relativo qui).

Ma fu fantastico ugualmente! Ci godemmo proprio tre ore di assoluto relax, e la scelta di fermarci si rivelò più che azzeccata.

Verso le sei di pomeriggio la temperatura tornò a valori diciamo “normali”, e si creò un atmosfera da favola. 

Ci concedemmo un piccolo aperitivo sulla terrazza nel bar delle terme, con i primi accenni di pennellate rosse e arancioni lungo l’orizzonte, preludio di un tramonto da sogno.

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Purtroppo però il nostro tempo in ammollo stava per scadere. Per quel tramonto, che da lì a breve sarebbe arrivato e che si preannunciava coloratissimo, avevamo in mente un'altra location assolutamente straordinaria : Godafoss, la cascata degli Dei.

Niente strade di terra, niente buche, niente smarrimenti questa volta. Raggiungemmo comodamente la cascata nel giro di un’oretta, verso le 19.30, perché molto vicina alla ring road.

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in viaggio verso Godafoss

A mio parere Godafoss è la cascata più bella ed emozionante di tutte quelle che ho ammirato in Islanda. Complice probabilmente un bellissimo tramonto di sottofondo, e il numero esiguo di turisti in quel momento.

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Godafoss, la cascata degli Dei

Ma credo che l’avrei apprezzata ugualmente allo stesso modo con qualunque altra condizione climatica. 

E' un luogo carico di enfasi e ricco di leggende, e ti ipnotizza letteralmente.

Si sviluppa soprattutto in larghezza che in altezza, ed al primo colpo d’occhio appare ampia e potente, ma allo stesso tempo sfuggente e delicata.

Ha una forma cosi sinuosa e piacevole che sembra avvolgerti da qualunque punto la osservi, come a volerti rendere partecipe dello spettacolo, e non solo un semplice spettatore. 

Ti coinvolge.

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Trovai un punto su uno sperone di roccia abbastanza vicino alla cascata, da dove potei ammirarla bene di fronte a me.

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E mi sentii accolto da lei. Uno dei ricordi più belli e sereni.

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La giornata, rilassante e rigenerante si concluse con il nostro arrivo intorno alle 21 a Akureyri, la seconda città più grande d’Islanda e centro principale del nord dell’isola, che sorge sull'omonimo fiordo.

Ci accolse Lena, una simpatica signora islandese in un villino di proprietà della sua amica Gudrun, in quei giorni assente, in una zona residenziale della città, su una piccola collinetta da dove si può ammirare splendidamente il fiordo.

La casetta era molto carina e in stile vintage, con un bellissimo salone con sedie e soprammobili d’epoca, e una bellissima libreria in legno (vedi qui l’annuncio su airbnb).

La nostra camera era stata fino a pochi anni prima la stanza da letto delle figlie di Gudrun, e sulle pareti vi erano diverse foto appese delle ragazze, e tanti piccoli oggetti e soprammobili sparsi qua di vita vissuta, medaglie, libri scolastici, poster, souvenirs di viaggio. 

Una famiglia davvero bella e serena, e mi sentii immediatamente accolto da tutti loro, anche senza averli conosciuti di persona.

Lena poi fu molto gentile e disponibile in tutto, e dopo una cena a base di riso al curry, verdure e frutta ci rilassammo in salone a chiacchierare e a rivedere le foto scattate durante la giornata.

Tra una chiacchiera e una risata si fece velocemente mezzanotte, e notammo dalla finestra della sala che il buio tardava davvero ad arrivare quella sera, più del solito.

Il motivo è presto detto : eravamo a nord. Il pernottamento più a nord di tutto il nostro viaggio, e di conseguenza la notte era ancora più corta.

Preso dalla curiosità, mi affacciai sul pianerottolo esterno del nostro appartamento, posto al primo piano di un villino di tre piani, su di una strada poco trafficata e a quell’ora deserta.

Era mezzanotte in punto, ma era come se il tempo si fosse fermato al tramonto.

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la vista dal terrazzino del nostro appartamento sul fiordo di Akureyri, a mezzanotte

Insieme a me un cielo colorato, aria fresca e pulita e un rigenerante silenzio.

Assoluti protagonisti di un caleidoscopico spettacolo che non dimenticherò mai.





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